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Che galera senza volontari? Lunedì 5 dicembre 2016 – Auditorium del Consiglio Regionale – Firenze

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Assemblea aperta della Conferenza regionale volontariato giustizia – Toscana
In collaborazione con il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale

Che galera senza volontari?
Lunedì 5 dicembre 2016 – dalle ore 15.00 alle ore 19.00
presso l’Auditorium del Consiglio Regionale – via Cavour 4 – Firenze

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Perché le nostre Patrie Galere hanno paura del volontariato?

Art.17 Ordinamento Penitenziario:

Partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa. Le finalità del reinserimento sociale dei condannati e degli internati deve essere perseguita anche sollecitando ed organizzando la partecipazione di privati e di istituzioni o associazioni pubbliche o private all’azione rieducativa.

Con la riforma del 1975, l’apertura al volontariato nel sistema penitenziario è stata una vera rivoluzione culturale carceraria, che ha dato importanza alla comunità libera nel recupero del detenuto.

È stato come se il Legislatore avesse ammesso che il prigioniero può migliorare solo dentro la società e non certo escludendolo totalmente da essa.

Credo che le migliaia di persone che ogni giorno entrano in carcere e dedicano la loro energia e il loro tempo ai prigionieri siano la parte più sana della nostra società e, di conseguenza, delle nostre “Patrie Galere”. Ed è grazie a loro che la maggioranza della popolazione detenuta riesce ad avere ancora un contatto con l’ambiente esterno e a sentirsi meno emarginata. Probabilmente per questo il “nemico numero uno” per l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non è il detenuto, ma il volontario che entra a casa sua, lavora gratuitamente, vede, ascolta e poi va fuori.

Qualcuno mi rimprovera che quando scrivo di carcere parlo solo dei detenuti; penso che abbia ragione. E questa volta ho deciso di dare voce e luce a una volontaria rendendo pubblica parte di una sua lettera che ho ricevuto in questi giorni. Per proteggerla dall’Assassino dei Sogni non farò il suo nome, né indicherò il carcere da lei citato; ma se, in seguito, questa volontaria sarà d’accordo e qualche parlamentare sarà disposto a fare un’ interrogazione parlamentare, renderemo pubblici i dettagli .

Mio caro Carmelo, (…) devo anche informarti che ho sospeso di andare a (…) e quindi di fare i colloqui. È stata una decisione molto sofferta, dopo sei anni che ho passato là dentro, scambiando parole e cuore con tutti quei ragazzi che ho visto. È stato un periodo tosto ma che mi ha dato tanto. Ho imparato tanto, mi ha insegnato a sbarazzare la mente da qualunque pensiero avverso, stupido, di controllo, di pregiudizio. Ho ricevuto tanto, tanto, tanto. Mi dicono che ho anche dato, ma è stato di sicuro reciproco. Le persone che conosco e che non hanno contatto con il carcere non capiscono e mi hanno avversato sempre, ma l’importante è che io sappia e loro, comunque, che piaccia loro o no, si sono beccati i miei racconti perché credo che le coscienze vadano scosse anche quando non vogliono! Il motivo della mia rinuncia è stato un certo “movimento” interno al carcere (chissà che giochi ci sono dentro…), ma di sicuro le guardie (con la direzione) hanno incominciato a ostacolare i volontari (che odiano) sempre di più. Pensa che in una mattina mi hanno fatto 3 perquisizioni e che due dei nostri migliori volontari sono stati privati dell’art. 17 per essere stati trovati in possesso di buste da lettera e francobolli (che non potremmo portare, ma che dovrebbe fornire il carcere. Cosa che non fa.) Ho “sentito” che per la prima volta in 6 anni, era meglio avere paura. Non avrei voglia di diventare un capro espiatorio.

Non credo che ci sia altro da aggiungere, a parte commentare che se il carcere non rispetta neppure i volontari che donano il loro tempo e affetto sociale a chi ha sbagliato, allora la rieducazione è veramente difficile, il desiderio di ricominciare a vivere si atrofizza e si trasforma in odio. Soprattutto, fa sentire innocente anche chi non lo è.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, settembre 2016

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Poggioreale, prime crepe nel muro della «cella zero»

Giustizia. La procura di Napoli invia l’avviso di conclusione delle indagini a 22 poliziotti penitenziari e a un medico. Le violenze subite dai detenuti tra il 2012 e il 2014. Tra venti giorni si deciderà l’eventuale rinvio a giudizio. E c’è il rischio di prescrizione dei reati

Eleonora Martini

Edizione del 13.08.2016 ilmanifesto

Da lesioni aggravate a violenza privata, da sequestro di persona ad abuso di autorità: è ampio il ventaglio di reati ipotizzati dalla procura di Napoli nell’inchiesta sui maltrattamenti subiti da alcuni detenuti nel carcere di Poggioreale, anche nella cosiddetta «cella zero». Non tutti saranno eventualmente oggetto di una possibile richiesta di rinvio a giudizio, ma per intanto i magistrati hanno recapitato l’avviso di chiusura delle indagini a 22 agenti di polizia penitenziaria e a un medico. (altro…)

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L’isolamento punitivo fa male. E a volte tortura e uccide

Carceri. Nel rapporto di Antigone un lungo elenco di casi. È attesa a breve la sentenza Cedu sulle violenze inferte a due detenuti di Asti

Edizione del 13.08.2016 ilmanifesto

«Nel solo 2015 l’isolamento disciplinare è stato comminato per ben 7.307 volte. Nel 29,6% dei casi è la sanzione prescelta dal consiglio di disciplina oggi composto dal direttore, dall’educatore e dal medico». Nel «Pre-rapporto 2016 sulla condizione di detenzione» pubblicato da Antigone a fine luglio, un intero paragrafo è dedicato a questo provvedimento rispetto al quale, scrive l’associazione, «non vi sono dati». Antigone ha però stilato un lungo elenco di casi esemplificativi di quanto questa misura punitiva – a volte «vessatoria, anti-educativa e disumana» – faccia male.

Eccolo di seguito: (altro…)

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Un altro omicidio tra le sbarre di Sollicciano

Comunicato stampa del 15 luglio 2016

A solo qualche settimana dal suicidio di Giuseppe, dobbiamo registrare un nuovo caso di suicidio dentro il carcere di Sollicciano. Una persona trans, che aveva chiesto di andare al “Transito” per un eccesso di conflitti all’interno della sezione, si è tolto la vita. I segnali c’erano tutti. G. si era rifugiata nel silenzio, non reggeva più le condizioni del carcere, che in estate diventano ancora più intollerabili. La domanda è sempre la stessa: come mai persone poste sotto la custodia dello Stato arrivano a commettere atti di autolesionismo fino al togliersi la vita? Ed ancora ci chiediamo il senso di un reparto che si chiama TRANSITO, dal latino “transire”, passaggio. In realtà un reparto punitivo, in cui non sono chiare le modalità di gestione, dove non esiste personale specializzato per far fronte a persone in estrema difficoltà, che lì trovano una cella singola, dove mettere in atto programmi di morte. Si può ancora assistere in silenzio a tutto questo? Noi pensiamo proprio di No.

Associazione Pantagruel onlus,

Associazione per i diritti dei detenuti

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